La presidente del Comitato europeo delle regioni (CdR), Kata Tüttő, e 21 sindaci di capitali europee, tra cui il sindaco di Roma Roberto Gualtieri, hanno inviato una lettera aperta alla presidenza irlandese del Consiglio dell’Ue e al presidente del Consiglio europeo António Costa. Nel testo, visionato da Focus Europe Italia, chiedono che il nuovo “negotiating box” sul quadro finanziario pluriennale (QFP) 2028-2034, che dovrebbe essere presentato il 9 ottobre, non si fondi su un obiettivo di riduzione complessiva del bilancio scollegato dalle conseguenze per territori e cittadini.

In dichiarazioni condivise con Focus Europe Italia, Tüttő ha affermato che “il bilancio dell’Ue non è un numero astratto”. Secondo la presidente del CdR, “è ciò che permette a una città di costruire case, a una regione di collegare il proprio territorio e a un giovane di trovare lavoro vicino a casa”. Ha aggiunto che “città e regioni non sono solo beneficiarie dei fondi europei” ma “sono quelle che li realizzano”.

La lettera è indirizzata al Taoiseach irlandese Micheál Martin e al presidente del Consiglio europeo Costa ed è stata registrata il 7 ottobre e giunge a una settimana dal Consiglio europeo del 15 ottobre, in vista del quale la presidenza irlandese ha previsto di rivedere il negotiating box, con l’obiettivo di un accordo tra i leader entro la fine del 2026.

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Le richieste sul negoziato

I firmatari chiedono che il “negotiating box” rifletta sei principi. Il primo è la tutela della capacità di investimento dell’Unione: il dibattito sulla dimensione del QFP dovrebbe essere collegato esplicitamente alla portata degli obiettivi già concordati, e le implicazioni finanziarie delle nuove priorità dovrebbero essere indicate con chiarezza. Nella lettera si ricorda che il rapporto Draghi ha stimato un fabbisogno aggiuntivo di investimenti di 750-800 miliardi di euro l’anno entro il 2030.

Il secondo principio riguarda la trasparenza sulle conseguenze territoriali. Ogni proposta di riduzione della dotazione complessiva dovrebbe essere accompagnata da una valutazione dell’impatto su coesione, investimenti e competitività. Se fossero ridotti i fondi per coesione, clima, alloggi, trasporti o ricerca, il negoziato dovrebbe indicare quali obiettivi verrebbero ridimensionati, rinviati o trasferiti ai bilanci nazionali, regionali o locali. “Prima che qualcuno tagli il bilancio”, ha dichiarato Tüttő, “i cittadini meritano di sapere che cosa verrebbe tagliato e chi ne pagherebbe il prezzo”.

Gli altri quattro principi riguardano una politica di coesione forte e prevedibile, il coinvolgimento di città e regioni, la distinzione tra efficienza e sotto-investimento e il collegamento del dibattito con i benefici percepiti dai cittadini. I firmatari sostengono la semplificazione e il miglioramento delle prestazioni, ma precisano che non devono tradursi in centralizzazione né sostituire risorse adeguate. Chiedono inoltre che partenariato e governance multilivello siano inseriti nel QFP e nei suoi meccanismi di attuazione, e non trattati come una consultazione facoltativa.

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Coesione, mercato unico e saldi netti

La lettera presenta la coesione come una politica di investimento di lungo periodo e non come un semplice meccanismo di redistribuzione. I suoi effetti, si legge, sono visibili in infrastrutture, competenze, innovazione, occupazione e servizi pubblici, e la politica contribuisce a un mercato unico più profondo riducendo le disparità territoriali. I firmatari sostengono che i benefici del mercato unico per i contributori netti non emergono dal confronto tra contributi nazionali e fondi ricevuti, e che l’approccio fondato sui saldi netti non coglie nemmeno le opportunità commerciali generate dalla politica di coesione.

Un passaggio è dedicato alle capitali, descritte come centri economici, snodi della mobilità internazionale e sede di istituzioni e università, dove si concentrano le pressioni legate a casa, trasporti, migrazione, clima, energia e inclusione sociale. Il testo conclude che il QFP dovrebbe combinare una gestione finanziaria solida con una capacità di investimento sufficiente, e che i firmatari sono disponibili a lavorare con presidenza irlandese, Consiglio europeo, Parlamento europeo e Commissione. La lettera chiede anche che il confronto sul volume del QFP sia accompagnato da una discussione sul lato delle entrate, compreso il futuro delle risorse proprie.

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Il confronto con i Paesi frugali

La lettera si riferisce esplicitamente alla missiva del 28 settembre in cui sei Stati membri, indicati dalle cronache in Germania, Austria, Danimarca, Finlandia, Paesi Bassi e Svezia, hanno chiesto alla presidenza irlandese di “ridurre la proposta della Commissione di diverse centinaia di miliardi di euro”. Quella richiesta ripeteva la dichiarazione congiunta di Berlino del 27 agosto, che indicava come riferimento la proposta da quasi 2.000 miliardi di euro dell’esecutivo Ue.

Sul piano delle cifre, la Commissione ha proposto 1.763 miliardi di euro a prezzi costanti. Il primo negotiating box, presentato l’11 giugno dalla presidenza cipriota, prevedeva un taglio di circa il 2%, fino a 1.730 miliardi, giudicato insufficiente dai Paesi frugali e dagli Amici della coesione per ragioni opposte. Tüttő aveva già criticato la proposta della Commissione al momento della presentazione, sostenendo che indebolisce la politica di coesione.

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